“LEI”: UN FILM PER RIFLETTERE

“Lei”. Brevissimo ma efficace, è questo il titolo del film americano diretto da Spike Jonze, che nel marzo 2013 ha riempito le sale del grande schermo. Vincitore di Oscar, il film è ambientato in una Los Angeles di un futuro non molto lontano, che vede come protagonista Theodore, interpretato da Joaquin Phoenix, un uomo sensibile da poco uscito da una storia matrimoniale sfociata nel divorzio. Theodore vive nel periodo in cui la tecnologia ha preso il sopravvento sull’uomo, dove computer e smartphone non sono come quelli che conosciamo noi, sono bensì dotati di una intelligenza propria, capaci dell’impossibile. Si tratta di un’epoca dove la comunicazione e i rapporti sociali appartengono ormai al passato, un’epoca dove persino il rapporto sessuale, emblema della fisicità, diventa un puro gioco virtuale. È l’era degli OS, i probabili pronipoti degli smartphone, ovvero meccanismi tecnologici dotati di una vera e propria coscienza, grazie alla quale riescono a raggiungere un livello di sensibilità emotiva alla pari di quella umana: parlano,pensano, amano, sorridono, riflettono, provano emozioni, il tutto attraverso una voce che solo con gli auricolari si può sentire. Ed è proprio la voce di Samantha, l’OS di Theodore, a destare il protagonista dal suo oblio post divorzio. Grazie a Samantha, che ci viene presentata come un animo fanciullesco, capace di provare stupore davanti alla grandezza della natura e del mondo che osserva dal taschino della camicia di Theodore , quest’ultimo riesce ad amare nuovamente la vita, apprezzando ogni singolo aspetto di essa,anche il più scontato. Il rapporto tra Theodore e l’apparecchietto tecnologico è ormai diventato amore, e lui non riesce più a pensare la sua vita senza lei. Ma come ogni relazione, anche quella tra Theodore e Samantha ha i suoi problemi: Samantha è una pura voce virtuale, non ha un corpo, il che fa del loro rapporto un amore impossibile. Nell’analizzare questo amore, il regista pone sotto il suo mirino non la tecnologia, ma l’uomo, con tutte le sue debolezze e incertezze. Theodore incarna, infatti, il prototipo dell’uomo sensibile, che si pone delle domande, che a causa di tutta questa esagerata tecnologia ha smesso di avere stimoli dall’esterno. Alzando lo sguardo verso gli altri, non si può infatti che avere una visione triste e austera: gli uomini sono ormai diventati veri e propri automi, gli auricolari nelle orecchie, troppo impegnati con i loro OS, ormai ignari del valore della comunicazione reale. Il film ci pone dunque un grosso interrogativo. La tecnologia è davvero segno di progresso, o si tratta di un freddo e arido cammino che porterà al regresso dell’umanità?

Andrea Fiorista

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